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Wednesday, 12 May 2010

L'ottimismo di quei due.

L'Old Theatre della LSE (London School of Economics) era pienissimo. La fila, lunghissima, l'avevo sopportata con curiosita' e placida aspettativa, riuscendo a prendere posto in una delle prime file del palco. Il moderatore dell'evento prende la parola e annuncia, con un brivido di trasgressione: 'I apologize to all the native English speakers present in the room today: I am afraid that this event will be entirely in Italian!'. Una conferenza fatta tutta in lingua Italiana in una delle universita' piu' importanti e gloriose di tutto il Regno Unito: e quando mai si era mai vista una cosa del genere?

Merito di quei due. Sono entrati accolti da un'ondata di applausi e qualche gridolino eccitato, come due pop-stars. Hanno preso posto alla scrivania della scena spartana con educazione e distacco. E poi, rompendo un silenzio che, per quanto breve, era davvero diventato insostenibile, hanno cominciato a parlare, parlare, parlare. Che faceva il pubblico di Italiani a Londra? Bhe', che altro si fa quando parlano quei due? Si sta a ascoltare, ascoltare, ascoltare.
Quei due, infatti, mica sono due qualsiasi. Sono nientepopo' di meno che Marco Travaglio e Antonio Padellaro. I pilastri del giornalismo italiano. Nonche' la sua speranza.

I due semidivi hanno fatto la loro apparizione londinese lo scorso 5 maggio. La conferenza si intitolava 'The Status of Freedom of Information in Italy'. Si era nel pieno di notizie e argomenti scottanti: la posizione veramente bassa dell'Italia nella classifica mondiale sulla liberta' di stampa; lo 'scandalo delle case' scoppiato attorno alla figura di Scajola; ma anche le imminenti elezioni in Gran Bretagna... Insomma, di carne al fuoco ce ne era tanta. Travaglio e Padellaro, quella carne, l'hanno proprio cucinata bene: a fuoco lento, secondo le vecchie e immortali ricette della nonna, mischiando sapori agro-dolci, salati e speziati, spruzzando il tutto con un po' di vino e, soprattutto, rimescolando, rimescolando, rimescolando tutto con cura, fino a che il magma impazzito di informazioni non e' diventato una crema compatta, coerente, senza grumi.
Per essere giornalista non ci vuole solo talento, o intuito, o ispirazione. Quei due lo hanno dimostrato. Fare il giornalista e' un po' come cucinare: ognuno avra' pure i suoi segreti, ma la maggior parte e' tecnica, dedizione, pazienza, lunga preparazione. Il giornalismo e' arte: non nel senso che e' un'attivita' 'artistica', ma nel senso che e' un'attivita' 'artigiana', di antica e gloriosa origine, dove bisogna metterci l'esperienza, il sudore degli arti, il senso della misura.

La conferenza e' stata bellissima. Ma a conti fatti, cosa si e' detto in quella conferenza? I due hanno concluso con una (strana) nota conciliatrice, un ottimismo quasi ingiustificato. A conti fatti, se persino una 'Nazione di boccaloni' (Travaglio) non ha creduto alle affermazioni di Scajola, e se lo scandalo della casa lo ha portato alle dimissioni, un po' di speranza in Italia c'e', no? In fondo, se quei due sono riusciti a fondare un giornale veramente indipendente, Il Fatto Quotidiano, che si vende e che si legge, la stampa Italiana sta progressivamente liberandosi, giusto? E a pensarci bene, se la maggioranza degli Italiani ha smesso di porre la propria fiducia elettorale in Berlusconi e l'ha spostata verso Bossi che, pur non essendo esattamente un grande statista (ne' uno stinco di santo nel mondo delle idee politiche, aggiungerei io), e' un 'nemico meno temibile' (forse), qualche passo avanti lo stiamo facendo anche noi, vero?

... Non so. Io personalmente ero un po' spaesato da tutto quel loro ottimismo. Non perche' ritengo che l'ottimismo in generale non sia una buona attitudine nella vita, tutt'altro. Ma i fatti sono fatti. E' veramente sufficiente che un giornale indipendente si venda nelle edicole italiane, che un ministro si dimetta, o che si passi dalla padella nella brace per cominciare a fare i salti di gioia?

Tutt'altro: una sottile disperazione era emersa. L'ho notato dalle domande che venivano poste ai due giornalisti. Domande intelligentissime, fatte da ragazzi e ragazze intelligentissimi, cosi' acuti e reali nelle loro questioni che mi hanno fatto sentire orgoglioso di aver studiato alla London School of Economics. Una ragazza, Federica (se non ricordo male), ha raccontato la sua esperienza da giornalista in Italia (poche domande sul perche' abbia poi deciso di trasferirsi in Inghilterra). Quello che chiedeva, in parole povere, cioe' in parole dignitose, era: bastera' il Fatto Quotidiano a fare giustizia, a vendicare quei giovani Italiani preparati e intelligenti che non riescono a lavorare come giornalisti, perche' vengono pagati una miseria, o non pagati affatto, perche' non hanno le conoscenze giuste, perche' non sono raccomandati, perche' non sono figli di qualche pezzo grosso? O semplicemente, perche' hanno un senso dell'etica professionale? Bastera' il successo del Fatto Quotidiano a far urlare 'vittoria', oppure elevare la parte a esemplare del tutto non e' altro che un'ipertrofica sinnedoche? A quella ragazza, quella Federica o come si chiamava, ho fatto un applauso da scorticarmi le mani, le ho persino urlato 'BRAVA'!

Perche', in fondo, senza nulla togliere alla professionalita' e alla grandezza di Travaglio e Padellaro, i cui meriti sono davvero innumerevoli e che sono riusciti a reinventare e far rinascere un nuovo giornalismo in Italia, in quella conferenza alla LSE hanno parlato di loro. E di quelli come loro. Cioe', della loro generazione. Mentre noi del pubblico... bhe', forse noi avremmo voluto sentire parlare, e parlare, di noi.
Nel corso della conferenza, Travaglio ha fatto riferimento alla 'fortuna di chi non abita in Italia'. Quindi, a conti fatti, siamo noi quelli fortunati, perche' non abitiamo in Italia, siamo lontani dalle orride congiure di palazzo che si ripercuotono su tutta la penisola, abbiamo un accesso piu' facilitato e meno inquinato a notizie e informazioni e quant'altro. Ma lo siamo davvero, fortunati? In passato, quando una persona era costretta a vivere lontana dalla propria patria, non era considerata fortunata: era considerata esiliata. E non che l'esilio volontario sia piu' sostenibile di quello imposto...
Guardavo le facce degli studenti della LSE. Quelle facce intelligenti, piene di idee e vispe. Facce a volte un po' tristi. Facce di chi se ne e' andato e non sa quando ritornera'. Facce di chi e' arrivato in un posto che, per quanto bello e sfavillante e pieno di opportunita', non e' casa.

A noi chi ci pensa? Apparentemente nessuno. Ancora peggio se penso che i giornalisti hanno gia' ideato la definizione per descrivere ai posteri chi erano quelli della mia generazione: esiliati? No: 'fortunati'.